Con l’apertura ufficiale della stagione invernale la Fondazione Arena ritorna al Don Giovanni di Mozart dopo la produzione hollywoodiana che Zeffirelli ideò per l’anfiteatro romano, affidando questa volta ad Enrico Stinchelli il compito di concepire uno spettacolo nuovo e credibile per il palcoscenico del Filarmonico. Il regista ne ha visti e sentiti a centinaia dalla sua grande esperienza di autore, conduttore ed esperto d’opera e vi è stata un’attenta ponderazione su come avvicinarsi al capolavoro mozartiano cercando di rispettare libretto e musica, interpreti, e naturalmente il pubblico. Ne nasce uno spettacolo garbato, dal gusto neoclassico che si avvale con intelligenza delle installazioni video curate da Ezio Antonelli che interagiscono ad hoc con le luci di Paolo Mazzon. Per un tocco di tradizione è stato chiamato ai costumi Maurizio Millenotti, che riprende proprio gli sfarzosi abiti della produzione zeffirelliana da lui ideati. Stinchelli non ha voluto strafare o creare qualcosa di scioccante e provocatorio, ma si è soffermato soprattutto sulla figura del protagonista come spesso avviene in quest’opera, sottolineando che da lui parte l’azione scenica degli altri personaggi, che vi ruotano attorno senza effettivamente essere padroni di sé. Solo in apertura si accenna ad una sorta di rappresentazione teatrale in cui il direttore di palcoscenico sistema interpreti in postazione e dispensa le ultime consegne a tecnici e collaboratori prima che si apra il sipario, di cui si occupano dei fanciulli preposti al caso.
Qui il dissoluto è un uomo seriamente malvagio, dallo sghignazzo facile e lo sguardo sempre compiaciuto nonostante i rimbrotti di chi lo serve o lo frequenta. Circondato da donnine allegre o da anime dannate, nemmeno dopo esser stato inghiottito dalle fiamme si redime ed anzi lo si vede trastullarsi ancora mentre gli ignari sopravvissuti recitano la morale. Stinchelli abbraccia l’idea del burattinaio che guida le azioni sceniche mollando i fili al termine, togliendosi anche la soddisfazione di veder cadere tutti esanimi.
Apprezziamo le immagini dei fondali di Antonelli perché aiutano e non poco alla rappresentazione visiva, nonché a riempire il palco su più livelli: il bellissimo giardino ove a ben guardare qualcosa sempre si anima in lontananza, l’enorme teschio del Commendatore che quasi inghiottisce il protagonista dall’interno della cornice da cui esce, in un cimitero di anime che sembrano chiamare già anzitempo lo sciupafemmine agli inferi, nonché le fiamme rosso vivo che animano il finale. Le installazioni danno vita anche alle varie ossessioni in atto. Con una serie di schermi/cornici Donna Elvira si vede circondata da centinaia di splendidi e celebri ritratti femminili, ossia le conquiste del suo amante, così come lo stesso Don Giovanni appare in decine di immagini incorniciate come ad osservare dall’alto e perseguitare i pensieri delle protagoniste, che quasi ne sentono il tocco.
Il cast che ha dato vita a quanto Stinchelli aveva in mente è parecchio omogeneo e generalmente a suo agio in scena, nonché libero di muoversi tracciando il proprio ruolo al meglio delle possibilità.
Andrea Mastroni è un Don Giovanni credibile tanto per voce che per phisique, cui è stato chiesto evidentemente di esagerare quel suo fare tra il guascone ed il mero bastardo senza attenuanti, dalla voce tanto tenebrosa quanto più esageratamente ne sottolinea il lato brunito con gli accenti giusti. Donna Anna è una sensibile ed angosciata Laura Giordano, che deve vedersela con le continue tentazioni del suo cuore che sotto sotto non disdegna totalmente il libertino, così la sua voce morbida talvolta freme, soprattutto in qualche attacco, oppure sfoga tutta in avanti, adattandosi alle sensazioni del personaggio. Il Don Ottavio di Antonio Poli ha tanto buon gusto nel canto quanto delicata è l’emissione, il colore è particolare e l’interprete un timido ed affettuoso consolatore. Donna Elvira è la battagliera Veronika Dzhioeva: ce la mette tutta per rendere al meglio il ruolo della scocciatrice rompi uova nel paniere al furbastro Don Giovanni. Ecco che canta con accenti molto marcati, evidenziando ogni inflessione, forte di un timbro robusto e voluminoso. In gamba il Leporello di Biagio Pizzuti: spigliatissimo e perfetto alter ego del padrone: il personaggio è centrato, la voce è di bella pasta. Masetto è un corretto Davide Giangregorio e Zerlina è la deliziosa e gagliarda Barbara Massaro, che tiene letteralmente ‘al guinzaglio’ il suo Masetto con mossette e sguardi languidi.Il Commendatore è George Andguladze: austero e implacabile, peccato l’amplificazione un po’ fastidiosa in veste di statua, scelta fatta probabilmente per accentuare il tono cavernoso della voce.
Il Direttore Renato Balsadonna ci spiazza nell’interpretare talvolta in modo diametralmente opposto la partitura di Mozart. Se all’inizio sembra voler prendere ampio respiro ed impostare tempi morbidi, quasi a voler frenare gli impeti degli interpreti, successivamente stacca tempi più vivaci e l’orchestra sembra decollare verso una maggiore coesione col palco, che conseguentemente si anima con l’incalzare degli eventi. Uniforme il suono dell’orchestra areniana precisa ed attenta a seguire le intenzioni del Maestro. Vito Lombardi prepara il partecipe coro della Fondazione Arena.
Pubblico soddisfatto acclama interpreti, direttore e regia con entusiasmo.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direttore Renato Balsadonna
Regia e scene Enrico Stinchelli
Costumi Maurizio Millenotti
Visual design Ezio Antonelli
Lighting design Paolo Mazzon
Maestro del Coro Vito Lombardi
Direttore Allestimenti scenici Michele Olcese
GLI INTERPRTI
Don Giovanni Andrea Mastroni
Il Commendatore George Andguladze
Donna Anna Laura Giordano
Don Ottavio Antonio Poli
Donna Elvira Veronika Dzhioeva
Leporello Biagio Pizzuti
Masetto Davide Giangregorio
Zerlina Barbara Massaro
ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA