Di Maria Teresa Giovagnoli su Venerdì, 27 Gennaio 2017
Categoria: Recensioni

DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL , W. A. MOZART – TRATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Spinti da molta curiosità abbiamo voluto anche noi assistere allo spettacolo che ha inaugurato la stagione del  Teatro Comunale di Bologna e che tanto sta facendo discutere,  Die Entführung Aus Dem Serail di Mozart per la regia di Martin Kušej. Ci viene subito da pensare che l’idea su cui si basa questa messa in scena sia stata concepita con lo specifico scopo di far discutere, nel bene o nel male, purché se ne parli. A nostro avviso non è soltanto il fatto che sia stato completamente snaturato e alterato il contenuto delle vicende originarie a suscitare un certo clamore, ma soprattutto il constatare che lo spettacolo in se stesso non offra nulla di particolarmente significativo, tanto dal punto di vista drammaturgico quanto musicale. Ancora una volta le tristi vicende politiche internazionali e i fatti di cruda violenza cui assistiamo fin troppo spesso al giorno d’oggi, diventano fonte di ispirazione per mettere in scena un capolavoro che invece aveva già tutto quanto serviva per incantare e stupire. Nessun palazzo principesco per il pascià Selim, ma soltanto una landa desolata in cui si scorge una tenda beduina nella scenografia di Annette Murschetz. Siamo nel corso della prima Guerra Mondiale e l’unico interesse del Pascià e le sue guardie è guadagnare maggior autorità nei confronti delle grandi potenze tramite la cattura di alcuni ostaggi. Selim diventa dunque un terribile terrorista islamico, il cui capo delle guardie è un implacabile vendicatore, che non riuscendo ad ottenere i favori bramati dalla prigioniera Konstanze e dalla sua cameriera Blonde, decapita lei e tutti i suoi amici per vendetta, spacciando il gesto come prova di estremo rispetto per il suo signore. Certo anche nella versione originale questi non era uno stinco di santo, ma qui ci viene proposto davvero come un assassino sanguinario nei fatti e non solo nelle intenzioni. E via di corpi immersi nella sabbia in attesa del giudizio finale, guardie incappucciate che filmano i prigionieri minacciati da lame affilate.. Insomma uno spettacolo ben lontano da ciò che cerca chi si reca a teatro per evadere dalle brutture del mondo odierno.

In aggiunta, alcune soluzioni registiche sono sembrate del tutto superflue quando non addirittura ridicole. Selim che si flagella a sangue struggente d’ amore per Konstanze con in mano un inutile mazzo di rose è una scena parecchio discutibile; banali risultano certi cambi scena con buio/luce per spostare i protagonisti semplicemente da una parte all’altra del palco, e gli interminabili silenzi in attesa dell’azione successiva hanno reso lo spettacolo insopportabilmente lento e noioso. Senza contare il fatto che si è reso necessario modificare ed incrementare anche i dialoghi per poter dare una parvenza di logica a quanto esposto. I costumi dignitosi per il contesto sono di Heide Kastler, mentre le luci a cura di Reinhard Traub non hanno aggiunto nulla di particolarmente speciale alla desertica scena. Si possono fare grandi cose con grandi idee, ma a nostro parere non è accaduto in questo caso.

Discutibile anche il cast musicale che ci è sembrato veramente troppo al di sotto delle aspettative per un capolavoro di tale difficoltà esecutiva. Konstanze è interpretata da Cornelia Goetz che non sembra avere nulla della donna astuta e volitiva che dovrebbe impersonare. Il soprano canta con voce fin troppo acerba, dalle agilità ancora perfettibili e ben lontana dal fraseggiare con proprietà e sicurezza. Stesso discorso per il suo fidanzato Belmonte: Bernard Berchtold ha voce sottile che talvolta non passa l’orchestra, quasi come cantasse al risparmio o durante una semplice prova, e non sembrando per niente a suo agio nel ruolo sia vocalmente che in scena. Appena un gradino sopra i due compagni di sventura Blonde e Pedrillo, alias Julia Bauer e Johannes Chum, più musicali e meglio inseriti nel contesto scenico. Buon successo per l’Osmin di Mika Kares che sfoggia un colore molto interessante di basso; appropriato nel ruolo recitato il Pascià Selim di Karl-Heinz Macek, cui il regista ha conservato un minimo di umanità come nella versione originale.

Forse sovrastato da tanto grigiore anche il Maestro Nikolaj Znaider non ha dato una impronta particolarmente dinamica all’accompagnamento musicale, che potremmo definire giusto un contorno per le vicende narrate con angoscia. I tempi sono rilassati, forse condizionati dalle aggiunte, e il colore è generalmente piatto; un peccato avendo a disposizione una orchestra di grande livello.

Il coro di Andrea Faidutti sempre nascosto ai nostri occhi è stato la parte migliore dello spettacolo a nostro avviso. La recita a cui abbiamo assistito ha comunque registrato un buon successo di pubblico.

Maria Teresa Giovagnoli

LA   PRODUZIONE 

Direttore                 

Nikolaj Znaider             

Regia Martin Kušej
Scene Annette Murschetz
Costumi Heide Kastler
Luci Reinhard Traub
Assistente alla regia Herbert Stoeger
Assistente alle scene Sabine Freude
Aiuto costumista Hannah Petersen
Assistente alle luci Rainer Janson
Maestro del Coro Andrea Faidutti

GLI   INTERPRETI

Selim, pascià Karl-Heinz Macek
Konstanze, amante di Belmonte Cornelia Goetz
Blonde, cameriera di Kostanze Julia Bauer
Belmonte Bernard Berchtold
Pedrillo, servitore di Belmonte Johannes Chum
Osmin Mika Kares
   
MIMI
Luca Nava, Valerio Ameli
Rodolfo Salustri, Arjuna Colzani, Oussama Mansour, Roberto Serafini

Produzione del Teatro Comunale di Bologna con Aix en Provence Festival e Musikfest Bremen

FOTO ROCCO CASALUCI