Di PIERLUIGI GUADAGNI su Venerdì, 18 Settembre 2026
Categoria: Recensioni

IL SETTEMBRE DELL'ACCADEMIA - BERGEN PHILHARMONIC ORCHESTRA - Dima Slobodeniouk direttore - Leif Ove Andsnes pianoforte - TEATRO FILARMONICO DI VERONA - 16 SETTEMRE 2026

 

Brahms e Čajkovskij, Secondo Concerto e Quarta Sinfonia: più repertorio di così si muore. Però c'è repertorio e repertorio, e soprattutto ci sono musicisti capaci di ricordarci che le partiture che conosciamo a memoria non sono necessariamente quelle che abbiamo già ascoltato davvero. È successo questa sera al Teatro Filarmonico con la Bergen Philharmonic Orchestra, Dima Slobodeniouk e soprattutto Leif Ove Andsnes nall' ambito del Festival il Settembre dell'Accademia di Verona.

Quest'ultimo, peraltro, appartiene a quella categoria non vastissima di pianisti che possono fare una cosa oggi abbastanza rivoluzionaria: suonare senza sembrare ansiosi di far sapere quanto sono bravi. Il Secondo Concerto di Brahms, diciamolo, è una trappola. Quattro movimenti, un pianoforte che deve competere con un'orchestra monumentale senza mai sembrare un pugile sul ring, una quantità di scrittura che può facilmente diventare greve, muscolare, un po' impettita. E poi c'è il rischio, sempre in agguato, del Brahms con la fronte corrugata: quello che prende ogni semiminima come una questione di Stato Andsnes, invece, alleggerisce senza sgonfiare. Non ridimensiona Brahms: gli toglie semplicemente quella patina di solennità che spesso gli viene appiccicata addosso. Il suo pianoforte ha peso, ma non gravità; autorità, ma nessuna smania di comando. Soprattutto ascolta. Sembra una banalità, ma non lo è affatto: in questo concerto il pianista non sta sempre davanti all'orchestra, qualche volta ci sta dentro. Il primo movimento parte infatti senza la consueta voglia di edificare una cattedrale. Il corno apre con un suono morbido e magnificamente controllato, Andsnes entra quasi in punta di piedi e da quel momento il discorso prende una fisionomia cameristica, trasparente, piena di particolari. Il suo tocco cambia continuamente peso e densità; le voci interne emergono senza essere sottolineate, l'articolazione è netta ma mai secca. Brahms non viene alleggerito: viene illuminato. E poi c'è una qualità che personalmente apprezzo moltissimo: Andsnes non esibisce la tecnica. La possiede, evidentemente, ma non la mette in vetrina. Le difficoltà passano sotto traccia, inghiottite dalla frase, come dovrebbe essere. In fondo il vero virtuosismo consiste anche nel non far pesare il virtuosismo. Preferisco un pianista che mi faccia dimenticare quanto sia difficile quello che sta suonando a uno che me lo ricordi ogni trenta secondi. Lo Scherzo porta un po' di nervo, ma senza trasformare Brahms in un inseguimento automobilistico. Slobodeniouk tiene la tensione viva e il pianoforte acquista mordente, mentre la Bergen Philharmonic risponde con una precisione elastica, mai metronomica. Il dialogo funziona perché non è una gara a chi arriva prima o suona più forte: pianoforte e orchestra sembrano sapere che Brahms non ha bisogno di un vincitore. Il terzo movimento è però il vero banco di prova, e anche il momento che mi resta più dentro. Il violoncello espone il tema con una semplicità quasi disarmante e Andsnes lo raccoglie senza aggiungervi quella dose supplementare di malinconia che certi interpreti sembrano ritenere obbligatoria. Suona piano, sì, ma senza fare del pianissimo un numero da circo. Il suono si assottiglia, il pedale resta pulito, la frase respira. E allora Brahms riesce nell'unica cosa che conta: commuovere senza chiedere di essere commovente. Il finale rimette tutto in moto e Andsnes può finalmente lasciare andare le briglie. Le figurazioni corrono, la tecnica è vertiginosa, ma non c'è traccia del pianista che strizza l'occhio al pubblico dopo ogni passaggio difficile. La brillantezza sta nella musica, non nell'interprete. È una distinzione che sembra sottile e invece cambia parecchio il risultato. Dopo gli interminabili applausi, Andsnes concede due bis che sembrano quasi una firma. Prima la spericolata Tarantella in La bemolle maggiore op. 43 di Chopin, tutta scatto, precisione e pericolo controllato; poi, come se qualcuno avesse abbassato improvvisamente la luce, l'Improvviso op. 5 in Si minore di Sibelius, leggerissimo, quasi sospeso. Due miniature lontanissime fra loro, ma entrambe lontane anni luce dal bis-esibizione. Andsnes non sembra avere bisogno di aggiungere qualcosa al proprio curriculum davanti al pubblico: aggiunge semplicemente altra musica. La vera sorpresa della serata, però, è proprio la Bergen Philharmonic Orchestra. Non tanto perché suoni bene — quello, per un'orchestra di questo livello, sarebbe il minimo sindacale — quanto perché sa cambiare pelle. Nel Brahms diventa flessibile, sottile, quasi cameristica; nella Quarta di Čajkovskij si allarga, acquista spessore, profondità e una tavolozza decisamente più sontuosa. Ma senza quella vecchia equazione per cui grande orchestra significa necessariamente grande rumore. Con Čajkovskij cambia il paesaggio. Slobodeniouk evita però di trasformare la Quarta in una seduta collettiva di psicanalisi russa, e già questo è un merito. Il celebre tema del destino arriva dagli ottoni con autorità, non con il megafono. Poi comincia la vera partita: slanci, esitazioni, malinconie, scoppi, ripensamenti. Tutto quello che c'è in Čajkovskij, insomma, ma senza sottolinearlo con il pennarello rosso. Mi convince soprattutto il modo in cui Slobodeniouk costruisce la tensione. Non brucia immediatamente le sue cartucce e lascia che la musica accumuli pressione. Il secondo movimento conserva la sua malinconia senza diventare appiccicoso; il terzo, con quel pizzicato che rischia sempre di trasformarsi in una pausa spiritosa prima del gran finale, mantiene invece un'asciuttezza quasi nordica. Poi arriva il quarto movimento e l'orchestra può finalmente aprire tutte le porte. Qui la Bergen Philharmonic mostra il proprio lato più spettacolare, ma anche quello più disciplinato. Gli archi hanno massa e definizione, i legni non scompaiono nella piena orchestrale, gli ottoni possono scatenarsi senza travolgere il resto. E soprattutto il crescendo finale cresce davvero: non semplicemente in decibel, ma in pressione, densità, necessità. È una differenza che all'orecchio arriva immediatamente. Il pubblico, particolarmente festoso, ricambia con interminabili applausi. E l'orchestra concede come bis la Morte di Åse dal Peer Gynt di Grieg. Dopo il fragore di Čajkovskij, una scelta quasi perfida: si restringe tutto, il suono si fa raccolto, gli archi respirano insieme e la musica sembra perdere progressivamente peso. Un'esecuzione di commovente unità timbrica, senza sentimentalismi e senza bisogno di aggiungere altro. Una di quelle volte in cui il bis non è un'appendice, ma il vero punto finale della serata.

Pierluigi Guadagni

LOCANDINA

 

Il Settembre dell’Accademia 2026

Terzo concerto

Bergen Philharmonic Orchestra

Dima Slobodeniouk
direttore

Leif Ove Andsnes
pianoforte

Johannes Brahms
Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in si bemolle maggiore op. 83

Pëtr Il’ič Čajkovskij
Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36

Teatro Filarmonico di Verona