Torna Myung-Whun Chung (ed il pubblico in sala) alla testa dell’Orchestra del Teatro La Fenice per proseguire la lettura delle composizioni di Gustav Mahler con in programma la Sinfonia n. 1 in Re maggiore, dopo la Quinta ascoltata nel 2017, la Seconda e la Nona nel 2019.
Entrata ormai stabilmente nel repertorio di quasi tutte le orchestre del mondo, la Sinfonia n.1 di Mahler risulta essere per certi versi la meno problematica del suo repertorio sinfonico. Lavoro al solito tormentatissimo, dove Mahler riesce a rispecchiare le sue personali incertezze sulla strada da prendere, con quest'opera di straordinarie dimensioni e di non meno straordinarie ambizioni, il compositore boemo non segna soltanto la chiusura di un periodo giovanile e la direzione degli anni futuri della sua attività, ma anche regola i conti con l'intera eredità musicale del passato. La Prima Sinfonia, con la continua tensione dei suoi svolgimenti e delle sue progressioni, individua questo personale desiderio di rinnovamento e ne traccia in modo esemplare un possibile itinerario.
Ovviamente non c’è solo questo. C’è la danza già quasi diabolica, più che popolare, dello Scherzo e la polifonia dissonante del terzo movimento. E’ interessante a questo punto qualche riflessione innanzitutto sul dove si ponga il Mahler del direttore coreano nella geografia ormai smisurata dell’interpretazione dell’insieme sinfonico del maestro boemo. Sicuramente non dove troviamo i lettori intellettualmente più inflessibili: da Scherchen ad Abbado, da Maderna a Boulez, per dirne alcuni; forse non dove sono i custodi della stessa eredità mahleriana, come i fondamentali Walter e Klemperer; probabilmente nemmeno dove fanno storia a sé Leonard Bernstein e Kirill Kondrashin, Georg Solti e Iván Fischer. Anche il Mahler di Chung fa storia a sé, anche se molto distante da loro. Il maestro coreano risulta a mio avviso quello volto al maggior intimismo, quello che, nel tormentato dettato d’una sinfonia fresca e giovane come la Prima, dà luce soprattutto ai nuclei lirici, agli incantesimi dei sensi, al sottile, insistente fremito erotico, di solito svogliatamente accantonato dalla maggior parte dei suoi colleghi, che per contro di Mahler è realtà fuori discussione. Più che mai Klimt e i suoi amplessi si stagliano dentro questo Mahler, dentro le sue ampie e flessuose curve melodiche, dentro i suoi continui, piccoli e grandi, rubati, dentro il suo caleidoscopio di colori cangianti e provocatori, dentro i capricci macabri e caricaturali. Ecco che nonostante tutto, Chung riesce a far sentire anche in questa sinfonia, ancora nel solco della tradizione tardoromantica, quanto invece vi si trovi di inquietante e umanamente non risolto.
Questo di Chung e dell'Orchestra della Fenice è un Mahler mai retorico, mai affermato più del necessario, mai prevedibile, mai esibito per puro senso voyeristico: un grande Mahler che ricorderemo a lungo.
Al termine dell’esecuzione, un lungo boato liberatorio di gioia ha accolto l’esecuzione veneziana, ponendola come caposaldo per le interpretazioni future di questo capolavoro.
Pierluigi Guadagni
La Locandina
Gustav Mahler
Sinfonia n. 1 in Re maggiore Il Titano
Direttore Myung-Whun Chung
Orchestra del Teatro La Fenice
(Foto Ufficio stampa Teatro La Fenice)