Assente dal Teatro La Fenice da trentasei anni, Lohengrin di Richard Wagner torna a Venezia in un clima che è insieme di attesa e memoria (e sì, chi scrive c’era anche allora: sul podio un allora semisconosciuto Christian Thielemann, Lohengrin Francisco Araiza, regia di Pier Luigi Pizzi). Oggi lo spettacolo è quello firmato da Damiano Michieletto, nato al Teatro dell’Opera di Roma e qui ripreso con una tenuta ormai consolidata. Non è un dettaglio: perché si tratta di una lettura che deliberatamente rifiuta ogni rifugio nella nostalgia.


Damiano Michieletto affronta Lohengrin come un dispositivo drammaturgico chiuso, quasi un esperimento sotto vetro. Niente Medioevo, niente cigno, nessuna iconografia consolatoria: tutto è ridotto e ricondotto a un unico asse, il divieto di sapere. L’idea è forte, persino necessaria: il centro non è l’eroe che arriva, ma la fragilità del patto che lo legittima. Il limite emerge però proprio nella gestione di questa idea, che da chiave interpretativa diventa struttura rigida. La regia non suggerisce, ma dimostra; non allude, ma esplicita. E così il dubbio – che in Wagner dovrebbe restare aperto e irriducibile – viene progressivamente neutralizzato da un sistema di segni che tende a confermare sempre se stesso, anziché generare tensione.
Il dispositivo scenico di Paolo Fantin ruota attorno a un simbolo dominante, l’uovo, pensato come matrice e contenitore di senso. L’intuizione funziona finché resta immagine: nell’ordalia, per esempio, l’argento liquido che protegge Lohengrin e ustiona Telramund traduce visivamente il giudizio con una chiarezza quasi folgorante. Ma quando il simbolo si moltiplica e pretende di esaurire il significato dell’azione, diventa ingombrante: non accompagna il dramma, lo sostituisce. Anche la dicotomia visiva – legno contro argento, umano contro alterità – è efficace, ma non sempre sviluppata fino in fondo. Il secondo atto colpisce per forza d’impatto, con il coro trasformato in massa giudicante; il terzo si rarefà invece in un’astrazione luminosa che ribadisce l’idea senza ampliarla. È un teatro che chiarisce più di quanto interroghi.
In questo contesto, il contributo più propriamente teatrale arriva dalle luci di Alessandro Carletti, che costruiscono lo spazio con precisione: tagli netti, contrasti, isolamento dei personaggi. Più neutri, e talvolta generici, i costumi di Carla Teti.
Sul podio, Markus Stenz sceglie una linea di equilibrio fra analisi e slancio. Ne esce un Wagner sorvegliato, mai pesante, con una cura evidente per il dettaglio timbrico: archi compatti, legni ben profilati, ottoni brillanti senza eccessi. L’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice – preparato da Alfonso Caiani e affiancato dall’Hungarian National Male Choir – rispondono con precisione e compattezza.
Nel cast, la serata vive soprattutto sulla prova di Brian Jagde. Finalmente si è ascoltato, nonostante tutto, un Lohengrin squillante, solare, pieno: una voce che si impone per natura e restituisce al ruolo una qualità ormai rara dopo anni di interpretazioni querule e sbiancate. Non è solo una questione vocale: c’è anche una presenza fisica evidente, una credibilità scenica che rende il personaggio nuovamente affascinante. La materia vocale si colloca idealmente nella linea dei grandi del passato, da Jess Thomas a Spas Venkoff fino a Reiner Goldberg. Il fraseggio resta talvolta incerto e la gestione del fiato va ancora disciplinata, è un debutto nel ruolo e il personaggio deve sicuramente essere ancora interiorizzato completamente, ma il dato decisivo è che la voce è perfettamente congeniale al ruolo.
Vero trionfatore della serata è il baritono austriaco Claudio Otelli, Telramund di impressionante solidità. Fraseggio netto, dizione scolpita, presenza scenica inquietante senza mai cedere al caricaturale: tutto è a fuoco. Lo squillo è preciso, la tenuta garantita, e soprattutto colpisce la continuità di rendimento, che fa della sua una prova esemplare.
Più articolata la prova di Elsa affidata a Dorothea Herbert, interprete scenicamente credibile ma vocalmente diseguale. L’emissione tende a opacizzarsi nelle zone centrali e gravi, mentre l’acuto, pur presente, non sempre si integra con naturalezza nella linea. Ne risulta una vocalità che fatica a trovare continuità e a sostenere la dimensione lirica del personaggio. Anche il fraseggio appare poco differenziato, con una gamma espressiva limitata che non riesce a restituire pienamente il percorso interiore di Elsa, sospeso fra abbandono, fede e dubbio. Il personaggio è delineato sul piano scenico, ma rimane meno incisivo sul piano musicale.
Problematica la Ortrud di Chiara Mogini: la costruzione del personaggio sembra affidata quasi esclusivamente al volume e all’urlo, in una costante ricerca di impatto sonoro che finisce per sacrificare la complessità vocale. L’inquietudine, che dovrebbe nascere dal colore e dalla parola, resta qui confinata a una dimensione esteriore, più mostrata che realmente espressa nella linea di canto.
Completano il cast un Heinrich autorevole di Anthony Robin Schneider e un Araldo elegante di Äneas Humm, preciso nella dizione e nel fraseggio.
Il pubblico ha tributato calorosi applausi a tutti gli interpreti, con particolare entusiasmo per Claudio Otelli e Markus Stenz, veri poli di equilibrio e qualità di una serata complessivamente solida.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

 

LOHENGRIN

opera romantica in tre atti

Libretto e musica di Richard Wagner

 

PERSONAGGI E INTERPRETI

 

Lohengrin: Brian Jagde

Elsa von Brabant: Dorothea Herbert

Ortrud: Chiara Mogini

Friedrich von Telramund: Claudio Otelli

Heinrich der Vogler: Anthony Robin Schneider (12,15,19/4) / Andrea Silvestrelli (22, 26/4)

Der Heerrufer des Königs: Äneas Humm 

 

Direttore: Markus Stenz

Regia: Damiano Michieletto

Scene: Paolo Fantin

Costumi Carla Teti

Luci Alessandro Carletti

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro: Alfonso Caiani 

Hungarian National Male Choir

maestro del Coro Richárd Riederauer

foto Crosera