Immaginate di essere al supermercato e venir chiamati a dirigere un'opera perché il direttore designato è affetto da leggera indisposizione. Pare proprio la trama di una farsa rossiniana, invece è semplicemente quello che è successo mercoledì scorso alla Fenice di Venezia, dove doveva andare in scena una ripresa de La scala di seta.
Così è toccato a Marco Paladin, direttore musicale di palcoscenico del teatro veneziano, garantire l'inizio dello spettacolo, per poi passare il testimone ad Alvise Casellati, arrivato in teatro poco dopo il termine della sinfonia.
Imponenti e funzionali le scene create dall'Accademia di Belle Arti di Venezia (che cura anche le luci e i bei costumi) suddividono il palcoscenico in tre creando i diversi ambienti dove si svolge la vicenda (appartamento/camerino, ufficio e un ingresso con ascensore).
Lo spettacolo, con la regia di Bepi Morassi, colloca l'azione sopra un night club di un' America anni '30 e secondo questa visione Giulia diventa la star del club, il tutore Dormont il suo agente, la cugina la segretaria e il servitore un cameriere un po' factotum, il tutto corredato da paparazzi e ballerine piumate.
La trasposizione è fresca e si adatta molto bene all'opera del Pesarese e la regia di Morassi, nonostante qualche scelta polverosa -i balletti sul posto per esprimere felicità sono da vietare nel 2019-, è dinamica e molto curata.
Altalenante il versante musicale, in cui dominano le donne.
Irina Dubrovskaya è padrona della scena nei panni di Giulia fra pellicce e pose da diva. La voce ha un bel colore vellutato e svetta sicura verso acuti particolarmente penetranti mentre soffre un po' nella zona grave. Il fraseggio è sfumato ed efficace. Unico neo: la dizione poco chiara e rivedibile. In ogni caso è stato suo l'unico "brava" della serata dopo l'aria Il mio ben sospiro e chiamo.
Esilarante Rosa Bove come Lucilla. Il mezzosoprano è dotata di grande verve comica, musicalità, voce sicura e si dimostra instancabile in scena.
Più accidentate le parti maschili.
Francisco Brito ha la classica bella voce da tenore leggero sudamericano, peccato che si stanchi facilmente, rimanendo a corto di fiato e quindi soffrendo un po' la tessitura di Dorvil. Riesce comunque a portare a casa la sua difficile aria.
Claudio Levantino è corretto nei panni del promesso sposo un po' farfallone. Voce abbastanza sicura e brunita, ma la caratterizzazione del personaggio non è particolarmente memorabile.
Discreto il Germano di Filippo Fontana, che mostra la corda nella sua aria, complice un accompagnamento problematico.
Risulta vocalmente un po' pallido il Dormont di Fancisco Collia nei suoi brevi interventi.
Imprecisa e poco reattiva come non mai si è dimostrata l'Orchestra del Teatro La Fenice, con singoli strumenti e intere sezioni non sempre a fuoco. Certo, il direttore Alvise Casellati ci ha messo del suo non riuscendo ad evitare i numerosi scollamenti buca-palcoscenico, sia nell'accompagnamento dei singoli che, inevitabilmente, nei classici concertati rossiniani.
Pubblico cordiale che riserva applausi a tutta la compagnia.
Andrea Bomben
LA PRODUZIONE
Direttore Alvise Casellati
Regia Bepi Morassi
Scene, Costumi e luci Accademia di Belle Arti di Venezia
GLI INTERPRETI
Dormont Cristian Collia
Giulia Irina Dubrovskaya
Lucilla Rosa Bove
Dorvil Francisco Brito
Blansac Claudio Levantino
Germano Filippo Fontana
Orchestra del Teatro La Fenice
Maestro al fortepiano Roberta Paroletti
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
produzione Atelier Malibran
FOTO MICHELE CROSERA