Ci sono titoli che appartengono al repertorio. E poi ce ne sono altri che, quando finalmente arrivano in una città, danno quasi l’impressione di modificarne la geografia culturale. La Missa solemnis è una di queste occasioni: non semplicemente un capolavoro, ma una specie di Everest musicale davanti al quale perfino i teatri più abituati alle grandi produzioni hanno finito per assumere un’aria diversa, più cauta, quasi intimidita. E ha stupito — anzi, ha lasciato con qualche elegante perplessità tutta italiana — che il Teatro Filarmonico abbia dovuto attendere il 2026 per ascoltarla per la prima volta. Perché la Missa solemnis non è soltanto una composizione sacra. È, ancora oggi, un corpo a corpo con l’assoluto. Beethoven l’ha iniziata nel 1819 pensando all’intronizzazione dell’arciduca Rodolfo d’Asburgo, suo allievo, protettore e probabilmente unico aristocratico verso cui abbia nutrito un autentico affetto. Doveva essere pronta per il 1820.

Naturalmente è arrivata con anni di ritardo: dettaglio quasi inevitabile per un’opera che sembra essersi sottratta fin dall’inizio a qualunque misura umana. Del resto, già i contemporanei non hanno saputo bene dove collocarla. Troppo lunga per la liturgia, troppo visionaria per il concerto, troppo teatrale per la chiesa e troppo mistica per il teatro. Wagner l’ha considerata quasi ineseguibile (lui poi!); altri l’hanno giudicata smisurata, persino eccessiva nella sua ambizione. E in effetti, ascoltandola, si è avuta spesso la sensazione che Beethoven abbia tentato qualcosa che la musica prima di lui non aveva osato davvero: trasformare la liturgia in un’esperienza insieme metafisica e drammatica, spirituale ma anche terrena. Non la serenità celeste di molta musica sacra settecentesca, ma un uomo che ha cercato Dio quasi discutendoci. Dentro questa enorme architettura sonora accade continuamente qualcosa di imprevedibile. Le fughe del Gloria sembrano costruite per mettere in difficoltà coro, orchestra e perfino le leggi dell’equilibrio musicale; l’Et resurrexit del Credo esplode con violenza quasi sinfonica; mentre l’Agnus Dei, attraversato da improvvise fanfare militari e tamburi minacciosi, conserva tutta la sua impressionante modernità: la preghiera per la pace attraversata dal rumore della guerra.. E tutto questo si è avvertito chiaramente al Filarmonico di Verona, in una serata che ha avuto inevitabilmente il carattere dell’evento: non soltanto la prima esecuzione cittadina di un capolavoro monumentale, ma l’arrivo tardivo di uno dei vertici della musica occidentale. Sotto la direzione di Wolfram Christ, la Missa solemnis ha evitato accuratamente ogni monumentalismo di maniera. Nessun Beethoven “imperiale”, nessuna retorica granitica. Christ ha preferito lavorare per sottrazione, cercando un equilibrio più inquieto e umano. Le frasi non sono mai state dilatate per cercare effetti solenni; al contrario, molte pagine sono sembrate trattenute, quasi sorvegliate, come se la spiritualità dell’opera dovesse emergere senza enfasi. È stata una lettura che ha privilegiato la tensione interna più che il peso monumentale della partitura. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona ha seguito questa impostazione con attenzione e disciplina, trovando i momenti migliori soprattutto nelle pagine più raccolte. Gli archi hanno mantenuto un suono compatto e misurato, senza cedere a sonorità troppo pesanti, mentre i fiati hanno contribuito a dare chiarezza a una scrittura che rischia facilmente di diventare opaca. In questo contesto si è distinta la prova del primo violino Salvatore Quaranta, importante sia nel guidare l’intera compagine sia nel Benedictus, affrontato con un fraseggio sobrio e ben controllato, senza cercare effetti esteriori ma lasciando emergere con naturalezza la linea cantabile del solo. Il Coro della Fondazione Arena di Verona, preparato da Roberto Gabbiani, ha affrontato una prova complessa, resa ancora più delicata dal fatto che si trattasse di una prima assoluta per la compagine veronese. Non tutto è risultato sempre perfettamente rifinito: qualche attacco prudente e alcune rigidità nelle sezioni contrappuntistiche più dense sono emerse con evidenza. Ma il lavoro del coro è apparso serio e musicalmente consapevole, soprattutto nella scelta di evitare sonorità eccessive privilegiando invece compattezza e chiarezza. Nei momenti migliori, in particolare nel Credo, l’equilibrio complessivo ha retto bene anche nelle pagine più impegnative. Alcuni episodi sono rimasti particolarmente impressi: l’irruzione del Credo, con i tenori che emergevano improvvisamente dalla massa corale; l’Et incarnatus est, preparato da Wolfram Christ con tempi molto sospesi; il Sanctus, quasi rarefatto nel suo progressivo dissolversi; e soprattutto l’Agnus Dei finale, inquieto e continuamente attraversato da tensioni che hanno impedito qualunque idea di pacificazione definitiva. I quattro solisti — Athanasia Zöhrer, Katrin Wundsam, Sebastian Kohlhepp e Johannes Weisser — si sono inseriti con intelligenza dentro l’equilibrio generale dell’esecuzione, evitando qualunque protagonismo operistico. Zöhrer ha affrontato con sicurezza la tessitura acuta; Wundsam ha portato un colore vocale caldo e omogeneo; Kohlhepp ha unito chiarezza di dizione e buona tenuta della linea; Weisser ha dato solidità alla parte grave con un fraseggio misurato e severo quanto bastava. E poi, alla fine, è arrivato quel silenzio particolare che accompagna certe esecuzioni: non il ritardo dell’applauso per convenzione, ma qualche secondo necessario perché la sala ritrovasse semplicemente il proprio respiro normale. Teatro quasi esaurito e pubblico festante per tutti gli interpreti della serata.

Pierluigi Guadagni

 

 

LA LOCANDINA

LUDWIG VAN BEETHOVEN
Missa solemnis in re maggiore op. 123

Direttore d’orchestra
Wolfram Christ

Solisti
Athanasia Zöhrer – soprano
Katrin Wundsam – mezzosoprano
Sebastian Kohlhepp – tenore
Johannes Weisser – basso

Violino solo
Salvatore Quaranta

Maestro del coro
Roberto Gabbiani

Orchestra della Fondazione Arena di Verona
Coro della Fondazione Arena di Verona

foto ENNEVI