C’è stato un tempo in cui andare a vedere Aida significava esattamente questo: andare a vedere Aida. Non una riflessione sulla geopolitica, non una metafora del capitalismo terminale, non il trauma coloniale reinterpretato in chiave postmoderna. Aida: l’Egitto, Verdi, il trionfo, gli amori impossibili, i sacerdoti che non scherzano e una marcia trionfale che, se funziona, continua a funzionare come poche altre cose al mondo.
Il Teatro Massimo di Palermo ci ha creduto senza esitazioni, e già questo ha il suo fascino. La regia di Mario Pontiggia non cerca alibi intellettuali né scappatoie concettuali: punta dritta al bersaglio. L’Egitto disegnato da Antonella Conte è sontuoso ma mai ingombrante: monumentale quanto basta, leggibile sempre. C’è il gusto del grande spettacolo e c’è, soprattutto, il rispetto di una drammaturgia che sa stare in piedi da sola. A volte è quasi sorprendente ricordarselo. Certo, la regia resta sostanzialmente innocua: racconta la vicenda con chiarezza, senza inciampi ma anche senza particolari guizzi inventivi. In più di un momento appare un poco ingessata, quasi trattenuta, soprattutto nella gestione delle masse e nella direzione degli interpreti. Ma fa il suo mestiere con onestà e senza mai ostacolare la musica, che in Verdi è già moltissimo.
Anche i costumi di Ilaria Ariemme fanno il loro mestiere, e lo fanno bene: eleganti, ricchi, colorati con misura. Le luci di Andrea Ledda accompagnano con intelligenza il passaggio fra il pubblico e il privato, dal fasto delle cerimonie ai momenti in cui Verdi improvvisamente abbassa la voce e chiede silenzio. E funziona bene anche la coreografia di Luigia Frattaroli: i ballerini non interrompono mai il racconto, lo attraversano.
Sul podio Daniele Callegari conferma una qualità preziosa: sa dirigere Verdi senza volerlo correggere. Che non è poco. L’orchestra del Massimo lo segue con sicurezza, il coro preparato da Salvatore Punturo è in gran forma, presente e compatto. Era l’ultima recita e qualcosa, fisiologicamente, si percepiva: un minimo di stanchezza nelle fibre dello spettacolo. Ma il controllo musicale non è mai mancato, e la tenuta generale è rimasta notevole.
Maria José Siri è un’Aida di esperienza e di mestiere. Nei primi due atti si è avvertita qualche prudenza di troppo, soprattutto nel respiro e nel sostegno della frase, come se il personaggio dovesse ancora trovare il proprio equilibrio. Poi tutto si è disteso e il canto ha ritrovato ampiezza e naturalezza. Rimane un’interprete autorevole, musicalmente salda e perfettamente padrona del ruolo.
Angelo Villari affronta Radamès con generosità e mezzi solidi. La voce corre bene, gli acuti sono franchi e ben tenuti. Ma Radamès non vive soltanto di squillo: ha bisogno anche di mezze tinte, di ombre, di colori improvvisi. Ecco: qualche sfumatura in più avrebbe completato il ritratto. Il suono arriva con sicurezza; il personaggio potrebbe ancora scavare più a fondo.
Chi domina davvero la serata è Daniela Barcellona. La sua Amneris ha autorevolezza, presenza, senso della parola e soprattutto una padronanza tecnica che lascia ammirati. Dopo quasi trent’anni di carriera la tenuta vocale è sorprendente; ancora di più colpisce la qualità del fraseggio. Ogni accento è calibrato, ogni intenzione pesa il giusto. Una dimostrazione limpida di come il belcanto possa essere non un ornamento ma il cuore stesso del teatro verdiano.
Ottimo Claudio Sgura, Amonasro autorevole e incisivo, voce ampia e presenza scenica concreta. Giovanni Battista Parodi dà a Ramfis il necessario rilievo vocale e teatrale. Benissimo anche Manuel Fuentes come Re: lo si spera di sentire presto in ruoli più impegnativi, perché presenza fisica e mezzi vocali non gli mancano. Andrea Schifaudo nel Messaggero e Anna Ryabenkaya come Sacerdotessa hanno reso pieno onore ai rispettivi ruoli.
Applausi convinti per tutti. Poi al termine, il momento più bello e forse più vero della serata: la grande ovazione tributata al primo violino dell’Orchestra del Massimo, Salvatore Greco, che dopo oltre trent’anni di servizio lascia il teatro per la pensione. Una festa sincera, affettuosa, lunga. E a Palermo, che al teatro sa ancora voler bene senza diplomazia, è sembrato il finale più giusto.
Pierluigi Guadagni
LOCANDINA
AIDA
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Aida — Maria José Siri
Radamès — Angelo Villari
Amneris — Daniela Barcellona
Amonasro — Claudio Sgura
Ramfis — Giovanni Battista Parodi
Il Re — Manuel Fuentes
Un Messaggero — Andrea Schifaudo
Una Sacerdotessa — Anna Ryabenkaya
Regia — Mario Pontiggia
Scene — Antonella Conte
Costumi — Ilaria Ariemme
Luci — Andrea Ledda
Coreografia — Luigia Frattaroli
Orchestra del Teatro Massimo di Palermo
Coro del Teatro Massimo di Palermo
Direttore d’orchestra — Daniele Callegari
Maestro del coro — Salvatore Punturo