C’è qualcosa di profondamente rossiniano — e anche un po’ crepuscolare — nel fatto che Semiramide torni, dopo più di un secolo e  mezzo sul palcoscenico del Teatro Massimo di Palermo: come se una civiltà teatrale, quella dell’opera opera seria italiana, improvvisamente riapparisse con tutto il suo sfarzo e le sue complicazioni, le sue interminabili architetture vocali, i suoi personaggi immobili che però cantano come se il mondo dipendesse da ogni fioritura di coloratura. Perché Semiramide, ultimo titolo italiano della premiata ditta Rossini & Rossi prima della partenza definitiva per Parigi, è davvero questo: il tramonto dorato del belcanto, l’ultimo grande monumento di una scuola di canto nata nel Settecento sotto l’influenza dei castrati e arrivata qui al suo punto massimo di raffinatezza. Virtuosismo, linea melodica sovrana, forme vastissime e perfettamente simmetriche. Un teatro musicale che sembra guardare già con nostalgia alla propria fine. Rossini la scrive per la voce di Isabella Colbran, sua moglie e prima Semiramide alla Fenice nel 1823.

La Colbran non era più la macchina virtuosistica dei tempi napoletani, e Rossini lo sapeva: la parte alterna dunque agilità ancora temibili a lunghe arcate liriche quasi regali, più scolpite che pirotecniche. Una scrittura pensata per una tragédienne più che per una funambola del belcanto. E mentre la compone, il matrimonio tra Rossini e la Colbran sta già lentamente sgretolandosi: dettaglio biografico che rende questo enorme ritratto musicale di una sovrana colpevole e malinconica ancora più ambiguo. Il libretto di Gaetano Rossi, tratto da Voltaire, fu invece una piccola avventura veneziana tra censura, ripensamenti e discussioni infinite. Pare che i censori non fossero entusiasti di una storia con regicidio, incesto mancato e una regina che governa insieme all’amante assassino. Rossi smussa, riorganizza, inventa soluzioni diplomatiche; Rossini, nel frattempo — secondo i racconti degli amici — passa pomeriggi interi a cucinare o a giocare a carte e poi, quasi per distrazione, scrive pagine orchestrali di una ricchezza che il teatro italiano non aveva mai conosciuto. Lo spettacolo visto a Palermo, per la regia di Pierre-Emmanuel Rousseau — produzione dell’Opéra de Rouen-Normandie — prende sul serio proprio questa idea di tramonto. La Babilonia dell’opera diventa una corte contemporanea cupa e decadente, un’élite notturna che sembra uscita contemporaneamente da Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick e da The Hunger di Tony Scott: maschere, rituali segreti, lusso elegante e un vago odore di corruzione permanente. Qui Babilonia non è un luogo archeologico, ma una città del vizio e del potere, proprio come la immaginavano i commentatori medievali dell’Apocalisse: capitale del lusso, dell’immoralità e delle ambizioni più oscure. Così in scena si fuma molto, si sniffa anche qualcosa, si sacrificano vittime con discrezione quasi aristocratica, e una ballerina in costume da bagno viene maltrattata e sgozzata mentre l’ombra di Nino compare muscolosa e sanguinolenta. Tutto sempre con una certa eleganza: decadenza sì, ma di buon gusto, e con qualche scivolone un po’ naïf. I costumi — bellissimi — e le parrucche biondissime della regina, quasi una Catherine Deneuve orientale, contribuiscono a creare un’atmosfera opprimente e glaciale: più estetica che tragedia, ma certamente coerente. Rousseau si concede anche una libertà narrativa piuttosto drastica. Nel libretto muore soltanto Semiramide, accidentalmente uccisa dal figlio Arsace. Qui invece si fa sul serio: Azema prende gusto al potere e alla vendetta, pugnala prima Idreno durante la sua ultima aria — invenzione un poco tirata per i capelli — e poi Arsace, dopo che questi ha già eliminato Semiramide e Assur. Totale delle vittime: quattro. Una piccola ecatombe per un’opera che Rossini aveva pensato con un solo morto. Musicalmente lo spettacolo si regge sulla direzione energica e lucida di Christopher Franklin , che restituisce tutta la gravità quasi preromantica della partitura. Non è una Semiramide integrale: sono tagliati tutti i da capo di arie e duetti, oltre a un paio di cori, ma nessun recitativo; forse sarebbe stato meglio il contrario. Fin dall’ouverture — sorprendentemente cupa — si percepisce una lettura che evita ogni rossinismo da operetta: niente galoppi alla Franz von Suppé, ma piuttosto una traiettoria tragica che preannuncia il destino della regina. E poi naturalmente ci sono i cantanti, senza i quali Semiramide semplicemente non esiste. Nel ruolo del titolo Vasilisa Berzhanskaya domina la scena con una vocalità ampia e brunita, perfettamente in linea con la scrittura pensata da Rossini per la Colbran, con una presenza regale e una sicurezza tecnica notevole. Le agilità non sempre sono cesellate con la precisione quasi calligrafica che gli integristi rossiniani pretendono, e anche la gestione del fiato fa un po’ le bizze; ma il personaggio emerge con autorità e con una linea di canto solida e imponente. Chiara Amarù affronta Arsace con musicalità elegante e una sensibilità stilistica evidente. Nelle grandi arie iniziali convince per morbidezza e fraseggio, anche se nel corso della serata la proiezione appare talvolta meno generosa, soprattutto nei registri più gravi, che il ruolo richiederebbe più scolpiti. Mirco Palazzi è un Assur vocalmente corretto, pur con qualche evidente difficoltà nell’affrontare le note alte del rigo, ma scenicamente un po’ trattenuto. Il personaggio dovrebbe essere una specie di vulcano di ambizione e paranoia — quasi un proto-Macbeth rossiniano — mentre qui resta più elegante che realmente minaccioso. Molto applaudito invece Maxim Mironov, Idreno luminoso e virtuosistico, uno di quei tenori rossiniani capaci di trasformare le arie più micidiali in un esercizio di eleganza quasi naturale. Tra i ruoli minori spicca Francesca Cucuzza come Azema, che la regia trasforma in una figura sorprendentemente feroce: da principessina decorativa diventa quasi un’avventuriera del potere, pronta a pugnalare pretendenti e rivali prima di auto-incoronarsi mentre il coro finale celebra Babilonia. Alla fine resta la sensazione di uno spettacolo visivamente molto raffinato, musicalmente solido, ma più affascinante come estetica che realmente devastante come tragedia. Molta eleganza dark, molte idee, qualche simbolismo di troppo. E si capisce perché Semiramide sia stata davvero un congedo: il grande, ultimo monumento del teatro italiano prima che il suo autore prendesse la via per Parigi e lasciasse dietro di sé un’intera civiltà musicale. Al termine, applausi convinti per tutti da parte di un teatro incredibilmente quasi esaurito fino alla fine delle quattro ore e mezza di spettacolo.

Pierluigi Guadagni

 

PRODUZIONE E INTERPRETI 

SEMIRAMIDE 

Melodramma tragico in due atti

Libretto di Gaetano Rossi

Musica di Giovacchino Rossini

Personaggi e interpreti:
Semiramide Vasilisa Berzhanskaya
Arsace Chiara Amarù
Assur Mirco Palazzi
Idreno Maxim Mironov
Azema Francesca Cucuzza
Oroe/L’ombra di Nino Adriano Gramigni
Mitrane

Samuele Di Leo

Direttore  Christopher Franklin
Regia, scene e costumi Pierre-Emmanuel Rousseau
Luci Gilles Gentner
Azioni mimiche Carlo D’Abramo

Orchestra e Coro del Teatro Massimo

Maestro del Coro

Salvatore Punturo