La temperatura equatoriale di queste sere d’agosto non faceva promettere nulla di buono. E bisognerà probabilmente abituarsi, anche per il futuro, a queste serate da foresta tropicale: oppure si dovrà cominciare a pensare seriamente a un Festival anticipato o posticipato di qualche mese. Perché cantare Puccini con certe temperature può essere eroico, ma non è necessariamente indispensabile.

Ieri sera, però, la Turandot del centenario ha vinto anche contro il termometro.

E ha vinto soprattutto grazie a uno spettacolo che, a distanza di anni, continua a dimostrare quanto Franco Zeffirelli conoscesse profondamente l’Arena e le sue necessità teatrali. La sua Turandot è un gigantesco affresco, una Pechino immaginaria nella quale la dimensione monumentale non è un semplice ornamento, ma diventa parte integrante della drammaturgia. Palazzi, mura, scale, ponti, cortei, popolo e masse si muovono continuamente dentro uno spazio concepito per essere visto da migliaia di spettatori.

È una regia che non cerca la modernità a tutti i costi e nemmeno la sottigliezza psicologica: racconta una fiaba e la racconta come una fiaba, con tutta la magnificenza possibile. La folla diventa quasi un personaggio collettivo e il contrasto fra la massa e la solitudine dei protagonisti è uno degli elementi più riusciti dello spettacolo. Certo, l’abbondanza zeffirelliana qualche volta sfiora l’eccesso e qualche scena rischia di diventare troppo affollata, ma è difficile negare che, quando il grande spazio dell’Arena si anima, l’effetto sia ancora straordinario.

I costumi di Emi Wada, premio Oscar, sono parte essenziale di questa visione: sontuosi, elaboratissimi, ricchi di colori e di dettagli, contribuiscono a creare un Oriente volutamente fantastico, lontano da qualsiasi pretesa di realismo. Le luci di Paolo Mazzon valorizzano magnificamente questa tavolozza, passando dalle atmosfere più cupe e misteriose alle grandi scene corali, mentre i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli danno ordine e dinamismo alle enormi masse in scena.

Insomma, uno spettacolo che non ha paura di essere spettacolare. E proprio per questo, nonostante qualche inevitabile ridondanza e qualche segno del tempo, continua a funzionare.

La vera, splendida sorpresa della serata è però arrivata dal Calaf di SeokJong Baek.

Una scoperta, e di quelle che fanno piacere. Voce torrenziale, acuti saldi e squillanti, dizione scolpita, presenza scenica impeccabile. Ma soprattutto una voce capace di affrontare l’immenso spazio dell’Arena senza mai dare l’impressione di doverlo conquistare a colpi di decibel. Il suo Calaf ha la necessaria fibra eroica, ma anche una buona attenzione alla parola e alla linea di canto.

E quando arriva «Nessun dorma», gli acuti arrivano dove devono arrivare: sicuri, luminosi, squillanti. Per il suo primo Calaf all’Arena è una prova che lascia il segno. Una vera sorpresa, appunto, che speriamo si ripeta presto non soltanto all’Arena, ma anche nei teatri italiani. Sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire una voce di questo interesse.

Anna Pirozzi affronta Turandot con la consueta autorevolezza, imponendo al personaggio la necessaria statura vocale e scenica. La sua principessa conserva la durezza e l’alterigia richieste dal ruolo, ma trova anche momenti di maggiore umanità nel percorso che conduce allo scioglimento finale.

Molto bene Mariangela Sicilia, una Liù dolce e musicalissima, capace di trovare accenti di autentica partecipazione, e Alexander Vinogradov, autorevole Timur. La loro scena del terzo atto restituisce con efficacia quella dimensione più umana e dolorosa che attraversa la fiaba pucciniana.

Efficaci anche i tre ministri, Gëzim Myshketa, Matteo Macchioni e Saverio Fiore, rispettivamente Ping, Pong e Pang, ben inseriti tanto nel gioco teatrale quanto nell’insieme musicale. Interessante il debutto areniano del giovane baritono Ankhbayar Enkhbold, mentre Carlo Bosi, come imperatore Altoum, completa con dignità il quadro dei personaggi di fianco.

Una bella prova anche per le giovanissime voci bianche della Fondazione Arena di Verona, al loro primo cimento sul grande palcoscenico: sicure, disciplinate e perfettamente amalgamate con le masse corali.

Sul podio Andrea Battistoni dirige con la consueta foga, che ormai è quasi una cifra stilistica, ma questa volta la foga produce un risultato di alto livello. La sua Turandot è energica, tesa e teatrale, con una particolare attenzione agli slanci della partitura e ai suoi grandi blocchi sonori. A sostenerla, un’Orchestra della Fondazione Arena sempre più in splendida forma: compatta, precisa, ricca di colori e ormai capace di affrontare la complessità della scrittura pucciniana con una sicurezza che solo qualche anno fa non era così scontata.

Impeccabile il Coro della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani, così come il Coro di voci bianche della Fondazione Arena di Verona, protagonisti entrambi di una prova di grande precisione, compattezza e disciplina.

L’Arena era, come ormai spesso accade, sold out: tutti i 15.000 presenti hanno salutato con festosi applausi tutti gli interpreti al termine della serata.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

Arena Opera Festival 2026
TURANDOT
Opera in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
Ultimo duetto e finale dell’opera completati
da Franco Alfano (seconda revisione Toscanini)

La Principessa Turandot Anna Pirozzi
L’Imperatore Altoum Carlo Bosi
Timur Alexander Vinogradov
Il Principe ignoto SeokJong Baek
Liù Mariangela Sicilia
Ping Gëzim Myshketa
Pang Matteo Macchioni
Pong Saverio Fiore
Un mandarino Ankhbayar Enkhbold

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Coro di voci bianche della Fondazione Arena di Verona

Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Emi Wada
Luci Paolo Mazzon
Movimenti coreografici Maria Grazia Garofoli