Di Maria Teresa Giovagnoli

Ormai ogni volta che assistiamo ad una nuova produzione de Il Flauto magico di Mozart è lecito aspettarsi qualcosa di particolare o per lo meno di diverso rispetto alla tradizione. Dobbiamo dire che ultimamente abbiamo assistito ad interpretazioni discutibili, talvolta assurde, ma comunque la si metta è un'opera talmente densa di contenuti e significati che un regista può davvero sbizzarrirsi e inserire spunti di ogni tipo. Il rischio è ovviamente di strafare oppure uscire dal seminato. Per la nuova produzione in scena al Verdi di Trieste è stata chiamata la sudamericana Valentina Carrasco
che ha collaborato in passato con il notissimo team de La Fura dels Baus. Secondo la regista forza motrice del mondo sono i bambini, esseri di purezza indiscutibile e che muovono inconsapevolmente nel bene e nel male eventi e persone per il semplice gusto di giocare.

Possiedono una casa delle bambole e dall’interno di essa partono gli eventi narrati nell’opera. La casetta è riprodotta in scala dallo scenografo Carles Berga e sui piani che la compongono si susseguono le azioni in scena. Tutto molto attuale, forse anche troppo, se ci si aspettava un ambiente da fiaba. Non entriamo nel magico regno di Sarastro circondati da mistero e magia ed il regno agognato da Astrifiammante è la sua casa, l’ ambiente domestico, spezzato dalla morte del marito e dal rapimento della figlia. Quindi siamo tratti letteralmente nei classici ambienti di una casa contemporanea, ove si svolgono siparietti movimentati e scene parecchio dinamiche e spesso esilaranti, sempre gestite dai fanciulli che giocano e di tanto in tanto entrano essi stessi in scena (quante da bambine avrebbero voluto far compagnia alle proprie bambole in quelle deliziose casette, forse anche la regista..). Certo, si resta sconcertati quando la Regina della notte lancia le sue minacce in ‘Der Hölle Rache’ da una cabina telefonica, o alla vista improvvisa di un  Superman ogni tanto invocato dai bambini; i tre genietti poi sono dei toys meccanici stile Disney abbastanza inquietanti, che i bambini introducono quando la situazione lo richiede. Infine un tocco kitsch per concludere: l’introduzione del ‘Corpo di polizia femminile di Trieste’, chiamato ogni qualvolta un benpensante e saggio maschietto lanci strali alquanto maschilisti. Possiamo condividere l’idea ispiratrice, ossia l’amore grande ed il rispetto che Mozart aveva per le donne in apparente contrasto con taluni personaggi dell’opera, ma francamente ne avremmo fatto a meno.

Trionfa la giustizia e così la luce del sole rappresentato da Saratro vince contro il buio lunare della Regina sotto la guida e la serenità dei bambini, idoli essi stessi e portatori di amore e fratellanza. I costumi di Nidia Tusal rispecchiano un po’ questa commistione tra mondo infantile ed adulto e tra buio e luce, ovviamente con stile decisamente contemporaneo e d’impatto. 

Con una orchestra asciutta e sensibile Pedro Halffter Caro può avvolgere gli eventi in scena quasi come un moderatore: succede di tutto, ma il Maestro ricompone il mosaico degli eventi con rigore supportato dalla sublime musica del compositore. Bene il feeling col palco che infatti non perde mai di vista il condottiero. Il suono è ricco ed ampio.

Bella voce e tecnica solida per la Pamina di Elena Galitskaya che grazie al timbro morbido e delicato interpreta una figlia devota ma che non rinuncia ai sogni pur se il passaggio all’età matura è irto di ostacoli. Davvero piacevole udire come il suono salga in acuto conservando uniformità e polpa.

Tamino è un leggermente meno incisivo Merto Sungu che si fa apprezzare per correttezza e bel feeling con tutti i compagni sul palco.

Papageno ruba sempre un po’ la scena al suo amico Tamino, e Peter Kellner è frizzante, gioviale e talvolta ironicamente malinconico al punto giusto. Meglio ancora nel secondo atto dove la voce è più calda.

Sarastro è un apprezzabile David Steffens che, chiamato a sostituire il previsto Naydenov, ha offerto un saggio ed impassibile gran sacerdote dalla voce profonda.

La Regina della notte è Katharina Melnikova che interpreta il ruolo a nostro avviso senza un particolare approfondimento: nonostante sia una donna ferita negli affetti e nell’orgoglio e pertanto portata alla vendetta, a noi sembra piuttosto una donna solo imbronciata che risolve le sue bellissime arie anche in modo un po’ frettoloso.

Spigliata e discreta la Papagena di Lina Johnson, così come il Monostatos Motoharu Takei si adopera molto in scena seguendo tutte le bizzarrie registiche.

Affiatate attrici e belle voci per le tre dame Olga Dyadiv, Patrizia Angileri, Isabel De Paoli.

Complessivamente discreti anche l’Oratore Horst Lamnek, i due Sacerdoti Giuliano Pelizon e Francesco Paccorini 

Nei panni dei tre Genietti/ giocattoli Elena Boscarol, Simonetta Cavalli, Vania Soldan offrono tre belle voci ben amalgamate.

Anche il coro si fa sentire con piacere nelle arie corali che assurgono a misticismo.

Il pubblico numeroso ha mostrato di apprezzare generalmente  tutti gli interpreti della serata, mentre applausi misti a sonore contestazioni sono stati indirizzati alla regista, visibilmente contrariata per non essere stata compresa.

Maria Teresa Giovagnoli 

 

LA PRODUZIONE

Direttore                              Pedro Halffter Caro

Regia                                    Valentina Carrasco
Scene                                    Carles Berga
Costumi                                Nidia Tusal
Luci                                      Peter van Praet

 

GLI  INTERPRETI

Sarastro David Steffens
Tamino Merto Sungu
   
 
Pamina Elena Galitskaya 
   
Regina della Notte Katharina Melnikova 
   
Papageno Peter Kellner 
Papagena Lina Johnson
Monostatos Motoharu Takei
Oratore Horst Lamnek
 
Prima dama Olga Dyadiv
Seconda dama Patrizia Angileri
Terza dama Isabel De Paoli
Primo sacerdote / Secondo armigero Giuliano Pelizon
 
Secondo sacerdote / Primo armigero Francesco Paccorini 
Tre genietti Elena Boscarol, Simonetta Cavalli, Vania Soldan 
Sacerdoti, schiavi, seguito.

In collaborazione con Sawakami Opera Foundation

Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

FOTO  FABIO PARENZAN - TEATRO VERDI DI TRIESTE