Produzione dedicata ai centoventi anni dalla prima assoluta del 1 febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino.

Quando si parla di Bohème si sottolinea sempre l’universalità dei valori che legano i protagonisti della vicenda: l’amicizia che regala momenti sereni anche nella povertà, la speranza nel futuro nonostante le difficoltà del momento, la forza d'animo pur nella malattia e soprattutto l’amore, che sia litigarello, sensuale o languido, va sempre oltre i confini della vita terrena. In un’epoca così difficile come quella in cui viviamo e dove il tempo pare correre via sempre più velocemente, tutto è ancora più amplificato rispetto al lontano mondo bohémien di fine Ottocento. Tanto nelle grandi città quanto nelle piccole province possiamo trovare scrittori in erba, bravissimi musicisti alle prime armi, talentuosi pittori dallo stile personalissimo, oppure studiosi di filosofia in cerca della propria strada.

Ecco che il regista Àlex Ollé ha dunque pensato ad una Parigi contemporanea, impersonale, monotona, fatta di edifici identici e decisamente anonimi, parte di un universo alienante in cui solo l’amore per l’arte ed i buoni sentimenti distingue il gruppo di giovani abitanti nell’anonimo appartamento al primo piano di un condominio come tanti. Succedono tante cose in  questo allestimento, tante sono le comparse attualizzate che affollano ad esempio il caffè de Momus tra borghesucci stravaganti e cameriere altrettanto singolari; i gendarmi sono i nostri carabinieri e per strada osserviamo oltre ai contadini, delle lattivendole decisamente eccentriche e moderni venditori ambulanti. In estrema sintesi le categorie sociali descritte nell’opera rapportate all’occhio contemporaneo che il costumista Lluc Castells veste di conseguenza.

 

Alfons Flores ha inquadrato questo piccolo universo umano in una scenografia fredda e uniforme nella sua modernità. Già il sipario ci presenta l’ammassamento di palazzoni  che poi si ripete nello sfondo della scena. L’edificio dei giovani amici è costituito da una impalcatura mobile da cui si possono scorgere i piccoli ambienti che lo compongono, su per le scale si vede anche la minuscola stanza di Mimì. Anche il caffè de Momus è una struttura mobile e un po’ claustrofobica in cui gli amici quasi si confondono tra la folla di avventori. Nel terzo quadro troviamo un’altra struttura con l’insegna Bar D'Orleans al cui interno si sta svolgendo una allegra festa. Molto intelligente il gioco di luci studiato da Urs Schönebaum, il quale predilige toni scuri se non il buio intorno per esaltare principalmente i soggetti in movimento. Non manca la neve a suggellare l’atmosfera gelida della vicenda, e persino un generoso clochard cerca di confortare la povera Mimì sconsolata seduta ad una panchina nel terzo quadro.

Molto impegnativo diventa gestire musicalmente questo spettacolo considerando che spesso gli interpreti sono mescolati in mezzo alla folla, oppure situati in alto verso l'interno del palco nelle anguste impalcature. Lo sa benissimo Gianandrea Noseda che offre una concertazione precisa, senza cadere in uno scontato languore persistente, ma combinando sentimento e forza espressiva, facendo tutto il possibile per sostenere i cantanti accompagnandoli con gesto chiaro ed estrema sensibilità. I colori sono tantissimi e l’orchestra offre un suono brillante e morbido che si allarga man mano che le emozioni aumentano.

Irina Lungu è una Mimì forte dall'inizio alla fine, pur consapevole delle sue condizioni non mostra cedimenti caratteriali e la voce sicura ed uniforme del soprano supportano tal ruolo con fermezza, senza però tralasciare il lato profondamente sensibile del personaggio, soprattutto alla fine, quando appare ormai quasi calva e stremata probabilmente da pesanti chemio nella visione del regista.

Rodolfo è un sensibilissimo Giorgio Berrugi che coniuga un bel timbro setoso e musicale, anche se non volumetrico, ad una mimica e gestualità in linea con l’idea di un giovane speranzoso, innamorato ed anche un po’ incosciente.

Il Marcello di Massimo Cavalletti è un perfetto mix di guasconeria ed esuberanza artistica, gioca tanto con la voce dall’emissione uniforme quanto sulla mimica, poiché la regia gli permette di esprimersi a pieno soprattutto nelle sue scaramucce con l’ottima Musetta di Kelebogile Besong. L’artista sudafricana ha un colore vocale molto interessante: caldo e ricco di sfumature che il soprano piega al suo volere, permettendole di essere certo una eccentrica e sfavillante coquette ma anche una amica intensamente sensibile e niente affatto banale.

Bravo Gabriele Sagona come Colline, dalla voce profondamente ambrata che regge la sua zimarra quasi come una reliquia al pensiero di impegnarla, altrettanto Benjamin Cho ben usa la sua voce e qualità espressive per un coerente Shaunard. Il più eccentrico di tutti è il Benoit di Matteo Peirone,  dal capello lungo e nero che sembra più un cantante rock che un padrone di casa, interprete anche del ricco Alcindoro; il Sargente dei doganieri è Mauro Barra, mentre Parpignol è interpretato con grande spirito da Cullen Gandy; il Doganiere è Davide Motta Fré

Ottimo il coro del Regio e bravissimi e precisi i piccoli del Coro voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio "G. Verdi"

Lo spettacolo è iniziato dopo un comunicato delle Rsu del Regio volto a sensibilizzare il pubblico sul difficile momento economico che stanno attraversando le Fondazioni liriche. Successo al termine della rappresentazione da parte di un pubblico numeroso che si è scaldato soprattutto verso la fine.

Maria Teresa Giovagnoli

LA  PRODUZIONE

Direttore d'orchestra Gianandrea Noseda
Regia Àlex Ollé
Scene Alfons Flores
Costumi Lluc Castells
Luci Urs Schönebaum
Collaboratore alla regia Susana Gómez
Assistente alle scene Sarah Bernardy
Assistenti ai costumi José Novoa / Elena Cicorella
Maestro dei cori Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI

Mimì  Irina Lungu

Rodolfo, poeta  Giorgio Berrugi

Musetta  Kelebogile Besong

Marcello, pittore  Massimo Cavalletti

Schaunard, musicista  Benjamin Cho

Collinefilosofo  Gabriele Sagona
Benoît, padrone di casa
e Alcindoro consigliere
di stato 


Matteo Peirone
Parpignol, venditore ambulante


Cullen Gandy
Sergente dei doganieri  Mauro Barra

Un doganiere  Davide Motta Fré

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio "G. Verdi"

Nuovo allestimento
in coproduzione con il Teatro dell'Opera di Roma

In occasione del 120° anniversario della prima esecuzione assoluta dell'opera
Torino, Teatro Regio, 1 febbraio 1896

Foto Ramella&Giannese - Edoardo Piva